Verrà presentato domani pomeriggio, alle ore 17, nella Sala dei Provveditori del Palazzo comunale di Salò, il romanzo di Daniela Cavedaghi «Il tassello di un segno», edito dalla Compagnia della stampa.
Cavedaghi gioca in casa. E' infatti di Salò, e il Garda costituisce il suo approdo naturale. «Il treno, su una curva - scrive -, si era piegato a gomito, meglio, a semicerchio, e lei, appiccata al vetro, lo vedeva tutto. Formava un'insenatura. Le ricordava il golfo del suo paese. Amava il lago come fosse parte di lei e ogni giorno lo cercava con lo sguardo, anche solo per un attimo, per sentire che era lì, che la sua massa così potente ma disunita, separata, così vulnerabile, non l'avrebbe delusa mai».
Nel 2005 Daniela Cavedaghi, che del suo lavoro ama ricordare solo la parte creativa, cioè progettazione e arredamento di interni, attività ora svolta solo per il piacere di stare con gli amici, aveva curato e pubblicato «Il dolore e la sua memoria», per la Grafo, diario olografo di guerra, scritto nel '45 dal padre Pietro, prigioniero tornato dai campi di concentramento della Germania, scomparso nel '96, lasciando nel cassetto della scrivania il racconto di un doloroso calvario, un grido di rabbia per tanto orrore. Il libro ha rappresentato un atto di memoria anche nei confronti di quanti se ne sono andati senza lasciare nemmeno un frammento dei loro pensieri.
La protagonista de «Il tassello di un sogno» è Raffaela, «una giovane donna dalla personalità complessa - spiega Rina Gambini, critico letterario, tra l'altro responsabile della Associazione culturale e artistica «Riviere del Benaco», chiamata a presentare il romanzo -, che cerca risposte soddisfacenti ai principali quesiti esistenziali: la libertà, il senso della vita, l'amore, il divino.
Ma, al tempo stesso, è insicura, e condizionata da scarsa autostima, tanto da provare scarsa soddisfazione nei rapporti con gli altri, la madre, i colleghi, le amiche, i possibili partner, salvo qualche rara eccezione.
Tutta la vicenda è improntata sul legame con Ariela, l'amica di sempre, la vera antitesi, dinamica, solare, imprevedibile, fantasiosa, libera da condizionamenti e da false remore sociali». Numerosi «gli spunti di riflessione, i pensieri lasciati in sospeso, da sviluppare individualmente». Un romanzo che «si direbbe rivolto soprattutto alle donne. Ad agevolare la comprensione, un linguaggio colorito e vario, talvolta poetico, una prosa ricca di descrizioni, ma essenziale nel fraseggio, con un breve periodare stringato e coinvolgente».
«In ogni frammento di ricerca - scrive Daniela - la verità trova un bagliore, a volte per confondere, ma, più spesso, per insegnare percorsi, oppure inciampi». Sull'amore: «Sbucciarsi lentamente, non con il coltello come per una delicata pelle di patata, perchè erano fasce d'alberi secolari, millenari lembi di dura corteccia che dovevano sfaldarsi. Ci voleva forza, o più ancora uno scalpello, quasi a scolpire il marmo. Poi la fase più bella, l'agognato arrivo per vederne le forme, e con la mano toccare la fine del levitare informe». Sulla maternità: «Veder nascere vuol dire rinascere.