Ritratto di una generazione in guerra: domenica sarà presentato nella sala Domus il diario di Pietro Cavedaghi
Salò, soldato e prigioniero a 19 anni
Viaggio tra le alte fiamme di un cataclisma incomprensibile.
In vendita nelle edicole e nelle librerie
dell'Alto Garda Bresciano.
Ulteriori informazioni per vendita
cavedaghi@interfree.it
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GIORNALE DI BRESCIA - SALÒ 04 novembre 2006
Di Simone Bottura
L'autore di questo coinvolgente diario è un giovanissimo soldato che all'età di 19 anni, dopo l'8 settembre 1943, subì la deportazione in Germania.
Nelle pagine del suo quaderno Pietro Cavedaghi registra le esperienze e le emozioni vissute dopo la cattura da parte dei tedeschi e l'ingresso nel campo di concentramento, le difficili condizioni di vita dei prigionieri, sfiancati dall'alimentazione insufficiente, dalla durezza del lavoro coatto, dall'impossibilità di dormire per il susseguirsi delle incursioni aeree alleate, in una spirale che nel volgere di pochi mesi porterà molti internati militari italiani all'esaurimento fisico e alla morte.
L'inizio del diario registra in forma telegrafica esperienze ed emozioni vissute dopo la cattura: le speranze («ci dicono che ci portano in campo di smistamento a Mantova, e da Mantova ci mandano a casa»), l'incertezza circa il proprio destino («chissà dove si va?»), il disinganno («siamo prigionieri, dopo tante promesse»), la fame sofferta durante il viaggio («la cinghia si tira al cento per cento»), la spoliazione della propria identità («il nome non esiste più, al posto del nome porto un numero»).
Poi, a partire dall'arrivo nello Stamnlager di Luckenwalde, un grande campo di smistamento per soldati e sottufficiali a sud di Berlino, la narrazione si fa più distesa, trovando nel rifiuto di arruolamento nell'esercito della neonata Repubblica sociale uno snodo essenziale.
Il diario è costituito da 152 pagine di un quaderno a righe, formato 15x20,5 cm, cui fanno da corredo 6 pagine di fotografie.
Nella trascrizione ora pubblicata il testo originale è stato fedelmente rispettato, anche nelle sottolineature e negli errori grammaticali.
«Tutti i giorni - annota Cavedaghi - si aumenta di numero e si diminuisce di cinghia, due etti di pane nero, fatto con una parte di segatura di legno, poi un cucchiaio di marmellata quando va bene e mezzo litro di zuppa fatta con bucce di patate e rape bianche che in Italia davano alle bestie, questo è il vivere della giornata, ma niente questo, ci troviamo in mezzo alla sporcizia, senza
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acqua, in 600 uomini per tenda all'umidità, al freddo, perché qui gela già, e oltre a questo con pochissima paglia e chi si lamenta calci di moschetto e senza mangiare anche quel poco».
La seconda parte del resoconto è dedicata alla spasmodica attesa del ritorno in patria nel periodo di transizione seguito alla sconfitta dei tedeschi.
La cronaca di Cavedaghi, ricca di notizie preziose sulla vita quotidiana, sui pensieri e i sentimenti degli uomini di truppa, si segnala anche per l'immediatezza del racconto, che ripete moduli narrativi e cadenze propri dell'oralità.
Diario di prigionia e insieme cronaca interiore, il memoriale consente di conoscere il mondo intimo di un giovane trovatosi a vivere l'esperienza dell'internamento, gettando particolare luce sulla fede religiosa dei soldati, che costituì una delle sorgenti originarie della loro resistenza.
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22 ottobre 2006 - BRESCIAOGGI
La figlia Daniela ha deciso di pubblicare le memorie del padre scomparso nel 1976 all'età di 72 anni: «Un atto di rispetto per papà e tutti quelli che sono morti senza lasciare nulla» La presentazione del libro curato dalla Grafo è in programma il 6 novembre nel salone Domus
Un diario di dolore e paura - Piero CAVEDAGHI di Salò, internato in Germania dal '43 al '45
di Sergio Zanca
Pietro CAVEDAGHI se n'è andato nel luglio '96, all'età di 72 anni, lasciando nel cassetto della scrivania il suo diario, che raccontava il dolore della guerra, l'internamento in Germania, la speranza del ritorno a casa.
Pagine semplici, a volte con errori ortografici, ma che gridano la rabbia per quell'orrore.
Ora la figlia Daniela ha deciso di dare alle stampe il diario: un atto di memoria e di rispetto verso il papà e, in un certo senso, nei confronti di quanti sono scomparsi senza lasciare nemmeno un frammento dei loro pensieri.
«Pietro, il primo di nove figli, era nato a Salò nel gennaio del '24 - rammenta Daniela -.
Iniziò come garzone nel negozio di ferramenta dei Belli, e lì rimase fino alla partenza per il servizio militare. I tedeschi lo hanno catturato a Pinerolo il 12 settembre '43, e deportato nel campo di smistamento di Luckenwalde e, successivamente, a Berlino. Liberato dai russi, è ritornato in Italia il 22 settembre '45.
Cominciò a lavorare da rappresentante per la ditta Bertazzi (liquori di cedro), quindi Tassoni, Cedrinca, Gancia e Riccadonna. Nel ' 78 ha indirizzato le sue energie verso un'altra piccola azienda della Franciacorta: Bellavista di Vittorio Moretti. E' lì che ha trovato il suo più alto riconoscimento. Papà ha lasciato l'attività per motivi di salute alla fine del '95».
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Il diario parte all'8 settembre '43, il giorno in cui il generale Badoglio chiese l'armistizio.
CAVEDAGHI è in Piemonte, nella caserma di Pinerolo, che viene circondata dalle S.S. Inizia il calvario: Mantova, Verona, Brennero, Innsbruck.
«Quattro giorni e quattro notti di viaggio – scrive Piero- Ci hanno dato mezzo chilo di pane, mai visto al mondo. La cinghia si tira al cento per cento. La destinazione è Luckenwalde, a 65 chilometri da Berlino.
Qui si trovano i più grandi campi di concentramento per prigionieri. Siamo 30 mila italiani, 10 mila francesi, 7 mila russi e qualche migliaio di inglesi e americani. Ma il numero aumenta di continuo, e si diminuisce di cinghia.
Due etti di pane nero, fatto con una parte di segatura di legno, poi un cucchiaio di marmellata (quando va bene) e mezzo litro di zuppa fatta con le bucce di patate e le rape bianche, che in Italia davano alle bestie.
Questo è il vivere della giornata. Ci troviamo in mezzo alla sporcizia, senza acqua, 600 uomini per tenda, all'umidità, al freddo, con pochissima paglia.
Perchè qui gela già. A chi si lamenta, calci di moschetto, e senza mangiare anche quel poco». «Il mio nome non esiste più – prosegue -. |
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Porto il numero 115.265.III.A.
Mamma ritornerò, avevo detto prima di partire da casa, e la speranza non manca». Il 6 ottobre c'è il trasferimento a Berlino, la capitale tedesca.
«A novembre il mangiare non è sufficiente neanche per un bambino di cinque anni. Le botte aumentano, le guardie diventano sempre più cattive. Ci alziamo alle quattro, si sta fuori in riga fino alle sei, con dieci gradi sotto zero. Poi ci portano al lavoro».
Si sgobba ininterrottamente fino alle 18, quindi il rientro, e di nuovo in riga. Finchè, alle otto e mezzo di sera, viene distribuito «un pezzettino di pane nero e quella poca acqua sporca, di rape.
Questa porcheria si mangia in un attimo». E ogni giorno è sempre uguale. Così bisogna arrangiarsi a «prendere le bucce di patate, e le bucce di rape che buttano via i signori tedeschi, e magari da giorni ballano nel letame. Bisogna quindi lavarle per bene, e farle cuocere con un po' di sale nella gavetta».
CAVEDAGHI , che pesava 65 chili, a Natale è già sceso a 51 chili . «Ancora tanto», commenta. I bombardamenti degli anglo-americani proseguono.
« La Germania è una vera penitenza - assicura - ogni tanto un compagno scompare. Ci dicono che è andato all'ospedale». Nel febbraio del '44 Pietro pesa 38 chili. «Sembro uno scheletro, mi sento mancare le forze».
Ma c'è la possibilità di prendere qualcosa di contrabbando, da francesi e russi. «Tutte le sere faccio 500 sigarette di tabacco, e ogni giorno le vendo per comperare pane, patate a volontà, burro, marmellata, salame, zucchero.
O si mangia col mercato nero o si crepa mangiando acqua e rape». Pietro, sposato con la signora Gina, ha avuto tre figlie.
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La Grafo ha raccolto quelle pagine rimaste per tanti anni nel cassetto e le ha pubblicate.
Il libro, con la prefazione di Gianfranco Porta è stato presentato il 6 novembre 2006 nel salone Domus a Salò. |
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